Il convegno Amor che nella mente mi ragiona – Natura e cultura dell’amore

Per la sedicesima volta Vercelli capitale delle Neuroscienze con il convegno “Amor che nella mente mi ragiona. Natura e cultura dell’amore” che ha registrato un successo in crescendo di pubblico e di contenuti.

Aula del Salone dell’Upo, ex San Giuseppe, di piazza Sant’Eusebio, gremita. I protagonisti, oltre ai relatori, sono stati gli studenti intervenuti e il rimanente pubblico che ha vivacizzato un piovoso sabato mattina segno che, nonostante Internet e i Social, le persone hanno sete di conoscenza qualificata e sana informazione.

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Certo, il tema toccato, l’amore, riguarda tutti noi e i relatori hanno avuto ancora una volta la grandiosa capacità di divulgare nozioni complesse in maniera semplice e diretta.

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Dopo i saluti del presidente dell’Ordine dei Medici di Vercelli Pier Giorgio Fossale e del Professor Michele Di Francesco Filosofo della mente presso la Scuola Superiore IUSS di Pavia, entrambe anime e animatori del convegno, Nicola Canessa, docente di Psicobiologia e Psicologia fisiologica della Scuola Superiore IUSS di Pavia, ha aperto i lavori.

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Il Professor Canessa ha illustrato al pubblico come I progressi delle neuroscienze stanno contribuendo a svelare le basi neurofisiologiche di differenti tipi di relazione affettiva, inclusi amore romantico e amore materno, e come le loro dinamiche siano influenzate da cambiamenti nei meccanismi cerebrali della ricompensa, sotto l’influenza di specifici sistemi ormonali.

«Per quanto preliminari – ha sottolineato il relatore – questi risultati mettono in luce il potenziale contributo delle discipline neurobiologiche alla comprensione di temi di grande rilevanza sociale, oltre che strettamente scientifica».

L’intervento di Nicola Canessa ha toccato diversi e affascinanti punti.

Il meccanismo neurobiologico che sta alla base delle gratificazioni si attiva quando decidiamo di scegliere un partner.

La predisposizione di ognuno di noi nel cercare gratificazioni ci appartiene fin da neonati. Esempio tipico è il piccolo che soddisfa i propri bisogni rivolgendosi alla mamma. In età adulta questo meccanismo si sviluppa nel rapporto con il partner.

Esiste però anche la situazione opposta che si verifica quando si viene lasciati dalla persona di cui siamo innamorati. Qui il professor Canessa ha evidenziato il concetto di salienza ossia il mantenimento della unicità, che rende difficile il provare amore per qualcun altro.

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Particolarmente interessante il  passaggio spiegato dal relatore che ha evidenziato come in alcuni laboratori,  viene svolta la ricerca sugli abbandoni, mostrando alla persona immagini di chi l’ha appena lasciata.

La relazione del professor Canessa si è conclusa con il tema dell’anziano che si trova ad essere solo perché sono morti parenti e amici. «L’uomo – ha spiegato Canessa rassicurando un po’ tutti – ha una riserva cerebrale che lo aiuta quando il cervello va in decadimento. Fondamentale è continuare a curare le attività sociali e ricreative: le persone che riescono a sviluppare le reti sociali,  hanno possibilità di vivere più a lungo e meglio».


L’atteso intervento di Eva Cantarella, studiosa di diritto Romano e Greco, affermata scrittrice e collaboratrice della pagina culturale del Corriere della Sera, non ha potuto avere luogo a causa di una improvvisa influenza con febbre. Così il tema dell’amore “degli altri”, è stato mediato dall’intervento del Dottor Fossale che ha letto la relazione inviata per mail da Eva Cantarella.

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L’amore, spesso considerato un sentimento immutabile, è in realtà declinato in modo differente presso epoche e culture diverse, offrendo uno strumento per la comprensione del nostro tempo attraverso le ‘differenze’ dell’amore.

La relatività delle culture è una delle più importanti lezioni della Storia.

I valori sono diversi nei secoli nei popoli. In Grecia, per esempio, la pederastia era una forma istituzionalizzata di pedagogia, mentre i Romani avevano una considerazione particolare della donna anche a livello di diritto. La storia idealizzata da Dante di Marzia e Catone fa capire come fosse normale cedere la propria moglie incinta agli amici o per scopi di equilibrio tra famiglie, potere e ricchezze.


Cristina Meini, docente di Filosofia della mente presso l’Università del Piemonte Orientale, ha affrontato il tema del rapporto tra ragione ed emozione proponendo un primato della ragione, ma solo a patto che quest’ultima contenga al proprio interno un spazio per le emozioni (come avviene per esempio nella proposta di Antonio Damasio).

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«I problemi del mondo – ha introdotto la docente ponendo al pubblico  una domanda  – potrebbero essere risolti se i governanti agissero sempre in base all’empatia, tanto cara, per esempio, a Barak Obama?».

La risposta comune nel pubblico era orientata verso un “sì’”. La Professoressa ha però messo tutto in dubbio con un altro esempio ossia il caso di coscienza di una bambina malata grave con cui noi entriamo in empatia, avendo la possibilità di agire sulla lista d’attesa in cui la bimba ammalata è inserita per avere un trapianto. Dunque, se agissimo per empatia, non ci sarebbero dubbi: la metteremmo in testa a quella lista. Ma sarebbe giusto farlo, senza tenere conto anche delle ragioni degli altri?

Secondo la relatrice, più che sintonizzarsi sull’empatia verso qualcuno, sarebbe opportuno ricorrere alla compassione. Perché  se è vero che noi proviamo “empatia” verso grandi personaggi come madre Teresa di Calcutta, Nelson Mandela o Martin Luther King, dobbiamo altresì considerare che essi sono stati grandi perché avevano ideali, ma anche strategie per realizzare i loro sogni: suscitavano ideali ed emozioni, ma sempre con un alto tasso di razionalità.

La professoressa Meini ha concluso citando Greta Thnberg, personaggio alla ribalta mondiale, affetta dalla sindrome di asperger: «Greta come tutti i giovani asperger ha carenze e pratiche, ma è razionale e portata alla compassione. Elementi che sono  alla base del suo successo e che l’hanno resa una celebrità”.


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Roberto Mordacci, filosofo morale dell’Università San Raffaele di Milano, ha preso le mosse dalla domanda “Si può dimenticare l’amore?”. Joel e Clementine, nel film scritto da Charlie Kaufman (premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale) per Michel Gondry, ci provano, grazie a una procedura avveniristica di cancellazione selettiva dei ricordi. Ma è bene farlo? E quali sono gli esiti? Un film costringe a immaginare realisticamente gli scenari aiutandoci a costruire una filosofia dell’amore.

Prima di passare alla proiezione di alcune scene significative del film, Mordacci è partito da Sant’Agostino, che precorrendo il Dante che dava il titolo al convegno “Amor che nella mente mi ragiona”, quasi mille anni prima, ragionando sul suo amore verso Dio, si era domandato, nel libro decimo delle “Confessioni”: “Dove dimori tu, Dio, nella mia memoria?. Per rispondersi: “Tu sei in un luogo immemore della mia memoria”.

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Secondo il relatore, che ha citato la “madeleine” di Proust, l’amore è nel ricordo. E dunque che cosa accade quando l’amore finisce? Accade che, come Eloisa per Abelardo, si vorrebbe che quel dolore lancinante che tutti proviamo in quei momenti fosse cancellato, come una macchia dal nostro cervello. Di qui l’analisi del film.


Il convegno è terminato con i saluti finali del Dottor Fossale e del Professor Di Francesco e poi spazio alle domande al pubblico che, nonostante l’ora di pranzo, non sono di certo mancate.

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Arrivederci al prossimo anno.

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